venerdì 12 ottobre 2012

Ogni tanto una buona notizia…

In un periodo di crisi morale più che economica come questo, il fatto che un’azienda riesca a coniugare profitto, giusta remunerazione dei dipendenti, ecologia e solidarietà verso chi non ha né reddito né beni diventa una vera notizia.

Last minute market fa tutto questo e lo fa bene: raccoglie i prodotti scartati dalla grossa distribuzione e consegna ciò che è ancora utilizzabile a chi non può permettersi di comprare alcunché.



Se in condizioni normali lo scarto diventa rifiuto e inquina, grazie alla buona pratica che trasforma lo spreco in risorse, le imprese imparano a gestire le loro eccedenze in modo più responsabile e pagano meno per il ritiro dei rifiuti.

Contemporaneamente le istituzioni vedono diminuire il flusso di rifiuti, mentre il terzo settore riceve gratuitamente prodotti di qualità.

Andrea Segrè, economista applicato all’Università di Bologna e artefice di Last minute market, racconta come è nata l’idea.

“Venivo da un’esperienza di cooperazione internazionale nella quale avevo visto molti sprechi; dopo i primi viaggi ho scritto un libro (I signori della transizione. Dove vanno a finire i soldi della cooperazione nei paesi post-comunisti, Stampa alternativa) in cui svelavo il meccanismo di assistenza allo sviluppo e il grande spreco di soldi conseguente.”

Immagino che abbia pestato qualche piede importante, infatti non mi hanno più chiamato, ma è andata bene perché ho avuto più tempo per i miei studi, anche se ho cambiato oggetto di ricerca.

Erano gli anni ’90 quando causalmente incontrai un mio studente che, dopo la laurea, aveva trovato lavoro presso un ipermercato.
Il ragazzo mi ha invitato a fare una visita fra scaffali e magazzini per vedere l‘organizzazione della struttura.

E lì ho visto una montagna di prodotti palesemente ancora buoni ma destinati al macero magari perché scadevano dopo due giorni o perché in confezioni danneggiate, pur col prodotto ancora buono all’interno.”

È notorio che la grossa distribuzione sia la patria dello spreco.

“Il ragazzo mi ha chiarito che quella manna dal cielo era rifiuto, io opponevo che era roba ancora buona da mangiare.

Ma il giovane mi ha corretto precisando che, una volta tolta dallo scaffale, la merce perde il suo valore economico, anzi come rifiuto rappresenta un costo per l’azienda perché va smaltito.
E in più inquina, ho pensato io.

Allora ho coinvolto i miei studenti in una ricerca sul fenomeno che è durata anni.

Poi, era il ’99, dalla teoria siamo passati a un modello per recuperare in modo sostenibile tutto ciò che veniva buttato via. Lo abbiamo subito chiamato Last minute market.”

Da buon docente ha proceduto con metodo scientifico: prima progetto teorico, poi sperimentazione e infine applicazione; nel 2003 abbiamo dato vita al primo progetto in due ipermercati di due catene diverse contemporaneamente, tra l’altro vicino alla facoltà di Bologna.

Da lì è partito tutto e adesso i progetti in Italia sono 44.”

Ora siete una vera e propria azienda con dipendenti remunerati?
“Nel 2003 i miei studenti, che nel frattempo si sono laureati, hanno dato vita a una cooperativa che hanno chiamato Carpe cibum.

Poi abbiamo trasformato la cooperativa in uno spin off universitario, quindi una srl i cui soci sono l’università, tutti i docenti e i ricercatori che hanno formulato il progetto.
I soci sono anche dipendenti e sono pagati come ricercatori universitari anche se è uno stipendio da fame.
Poi abbiamo collaboratori e borsisti.

La cosa importante è che su progetti grossi, chi li attiva ha un tale risparmio che alla fine assume qualcuno.
Il processo genera quindi dei posti di lavoro, anche se non tanti.”

In definitiva lo spreco affrontato in questo modo può essere anche un lavoro.
“Ma deve essere chiaro che è un lavoro a termine: il primo articolo dello statuto del Lmm coincide con l’obiettivo di ridurre a zero gli sprechi, quando ci saremo riusciti faremo altro.

Noi non possiamo costruire una società sullo spreco come abbiamo fatto fino ad ora.
È chiaro che fin tanto che ce n’è lo recuperiamo e lo diamo a chi ne ha bisogno.”

Però una struttura come un ipermercato, per quanto ben gestito, avrà sempre un minimo di spreco.

“Sì una quota fisiologica ci sarà sempre, ma le percentuali possono essere ridotte di molto.
Una catena che collabora con noi, grazie alla pratica del recupero, ha ridotto gli invenduti dall’ 1% del fatturato allo 0.6-0.5.
Le risorse che si liberano possono così essere destinate al sostegno di esclusi, poveri e affamati.
Ma non si può pensare di aumentare gli sprechi perché tanto ci sono i poveri.”

Tutti risparmiano, ma i soldi per gli stipendi dei dipendenti del Lmm da dove arrivano?

Le risorse finanziarie arrivano da chi paga per il ritiro dei rifiuti.

Ma sono nostri partner non solo le aziende che grazie a noi riducono le loro perdite e risparmiano sui costi di smaltimento, anche le multi utility e i comuni attenti alle politiche sociali collaborano con noi.

I nostri finanziatori possono essere tanti ma mai chi beneficia dei prodotti.
Insomma non può succedere che sia la Caritas a pagarci.”

Un circolo virtuoso che elimina il vizio dello spreco.

“Il nostro sistema si mantiene da solo perché ciò che viene sprecato da una parte viene consumato in associazioni caritatevoli dall’altra.

Gli operatori del Lmm mediano fra i due elementi del circuito occupandosi del recupero di cibo, della selezione e della sicurezza alimentare.

Inoltre le aziende che usufruiscono dei nostri servizi hanno diversi vantaggi: evitano il costo dello smaltimento e diminuiscono le perdite perché vedono dove sbagliano.

Il costo di attivazione del Lmm è molto più basso di quello relativo al mero smaltimento dei rifiuti”.

Da bravi ricercatori avete applicato alla vostra struttura anche la teoria dei giochi.

“Il sistema non funziona se non si dimostra che tutti coloro che partecipano al ‘gioco della riduzione dello spreco’ ci guadagnano, direttamente o indirettamente.
È un sistema win-win in cui tutti - aziende produttrici di rifiuti, multi utility, comuni e il territorio in genere - guadagnano o vincono qualcosa”.

Lei tiene molto anche alla filosofia della donazione. Giusto?

“Quando io recupero uno yogurt che ha perso il suo valore economico ma non quello nutrizionale, attivo un’interazione fra chi dona e chi riceve.
È una realtà fra due persone che va oltre lo yogurt stesso, è uno scambio di anime come dicono gli antropologi.

È un valore che si consuma tutto e non produce sprechi, ma è dentro il mercato.
Non ci si pensa ma come il mercato ha il valore d’uso e di scambio, ha anche un altro valore che ci siamo dimenticati ed è quello di relazione.

Un valore molto potente perché l’economia del dono ripara il fallimento del mercato.
Noi queste cose le abbiamo imparate sul campo, non sui libri.”

Immagino che il materiale da recuperare possa essere davvero tanto.

“L’esempio dello yogurt non l’ho fatto a caso: immagini che per una famosa azienda produttrice di questi latticini, il prodotto in scadenza ma ancora buono costa 20 milioni all’anno.

Moltiplichi questo per tutti i produttori di yogurt e per tutti gli altri beni deperibili.
Viene fuori che noi buttiamo via un mare di roba buona.
Se riduciamo gli sprechi, riduciamo i costi, gli inquinamenti e promuoviamo le relazioni.”

La prossime iniziative quali sono?

“Sabato prossimo a Trieste, in occasione del Salone Europeo dell’innovazione e della ricerca, abbiamo invitato 100 sindaci del Nordest a firmare la carta delle amministrazioni a spreco zero che abbiamo promosso come seguito della risoluzione europea che avevamo chiesto al Parlamento e che è stata già votata.
Il sindaco di Napoli De Magistris ha già firmato in anticipo la settimana scorsa.”

Qual è la cosa della quale è più orgoglioso?

“Il fatto che Lmm rappresenti un laboratorio positivo della nostra società.
Trovi delle soluzioni che, devo dire la verità, arrivano sempre dal basso.
Noi abbiamo imparato molto confrontandoci con chi applica il processo, si trova davanti a problemi nuovi e trova soluzioni inedite.

Ma ciò che mi inorgoglisce di più è il fatto che ci siano dei nuovi occupati.
Parliamo di circa 25 giovani, non sono tanti ma, di questi tempi in cui il lavoro giovanile è una chimera, è già qualcosa.”



Alla tua Indipendenza Finanziaria

Filippo

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