venerdì 20 luglio 2012

Parola d’ordine: tagliare… ma è veramente così?

Il Governo Monti ha varato la cosiddetta “spending review” ossia il taglio della spesa pubblica per rimettere in ordine i conti pubblici.

L’intento è lodevole, ma siamo sicuri che le cose vengano fatte con buon senso?

Senz’altro tagliare indiscriminatamente senza fare alcuna riflessione sul merito non è la cosa migliore, tagliare poi le spese sulla ricerca (e quindi sul nostro futuro) è ancora peggio.

Ma c’è un aspetto che personalmente trovo assurdo: le spese militari.

Nel bilancio della Difesa, i tagli annunciati dal ministro Di Paola (spesa ridotta di 1,1 miliardi di euro in tre anni: 100 milioni nel 2012, 700 nel 2013 e di 500 nel 2014) scalfiscono appena un pozzo senza fondo dove si sarebbe potuto attingere per evitare che sanità, giustizia, ricerca e pubblica amministrazione diventassero le vittime sacrificali della spending review.

I numeri delle spese relative agli armamenti farebbero pensare a uno Stato pronto ad affrontare una guerra di dimensioni globali.

Nel 2011, la spesa bellica ha raggiunto la cifra di 20 miliardi di euro circa (secondo lo studio dell’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo).

L’Italia è attualmente impegnata in 71 programmi di armamento (71 ?!?!?! ) e riconfigurazione di sistemi d’arma che costano, da qui al 2026, oltre 3,5 miliardi di euro l'anno.

Cifra che non comprende i programmi più onerosi, come il tanto discusso acquisto dei velivoli Joint Strike Fighter (F35), ora ridotti da 131 a 90 unità, per un costo superiore ai 10 miliardi di euro e Forza Nec, un programma relativo alla costituzione di quattro brigate (12 mila uomini) digitalizzate - con uomini dotati di visori e sensori altamente sofisticati - dal costo preventivato di 12 miliardi.

Totale 25,5 miliardi di euro circa.

Questi due ultimi «investimenti», insomma, pesano nei bilanci dello Stato quasi quanto l'intero ammontare che si prevede di risparmiare con l'intera spending review nell'arco temporale 2012-2014 (26 miliardi di euro).

E, in generale, le cifre relative agli armamenti mostrano come i tagli del governo Berlusconi prima e del governo Monti poi siano, tutto sommato, irrisori.

Per dare un'idea, basta pensare che i finanziamenti per la realizzazione di sei fregate classe Fremm (costo dell'investimento 3 miliardi di mila euro), di due sommergibili di nuova generazione U-212A e del relativo supporto logistico (costo 915 milioni di euro), e l'acquisizione di un blocco di velivoli per il pattugliamento marittimo, in sostituzione agli Atlantic (360 milioni di euro), è poco inferiore agli interi tagli alla sanità: 4,7 miliardi di euro, ripartiti in 900 milioni nel 2012, 1,8 miliardi nel 2013 e 2 miliardi nel 2014.

Ma non è finita.

Se l'Italia avesse rinunciato ad acquistare 500 bombe di piccolo diametro modello Sdb da montare sui tanto discussi caccia F35, oggi si sarebbero salvati 7 mila posti letto negli ospedali italiani spazzati via dalla spending review a partire dal 2013 (che lievitano a oltre 15 mila se si considerano anche quelli che verrebbero meno nelle strutture sanitarie private accreditate).

Il valore degli ordigni, acquistati nel triennio 2008-2011, ammonta a 84 milioni di euro mentre il taglio dei posti letto costa 70 milioni di euro tra il 2013 (20 milioni) e il 2014 (50 milioni).

Rinunciando poi ai 'fondi-stampella' per gli armamenti, erogati dal ministero dello Sviluppo economico (circa 1 miliardo di euro nel 2011), si sarebbe evitata la sola sforbiciata sui dispositivi medici (protesi, valvole cardiache, pace-maker) stimata in 400 milioni nel 2013 e 500 milioni nel 2014.

Cambiando settore, la spesa per l'acquisto di 100 nuovi elicotteri militari Nh-90 (costo complessivo 4 miliardi di euro) e di otto nuovi velivoli senza pilota Predator (costo 1,3 miliardi di euro) valgono quasi quanto l'intero pacchetto di risorse destinate agli enti locali e divorate dalla spending review (1,7 miliardi entro il 2013 per le Regioni; 2,5 miliardi per i Comuni; 1,5 miliardi per le Province).

Un mancato gettito che potrebbe portare sul lastrico numerose istituzioni già alle prese con ampi buchi di bilancio.

Ma continuiamo…

La spending review prevede tagli a 12 istituti facenti capo al Miur.

I tagli alla ricerca, che hanno messo in ginocchio tra gli altri, l’Istituto nazionale di fisica nucleare (con -57 milioni di fondi nel triennio 2012-2014), il Cnr (-38 milioni), l'Agenzia spaziale italiana (-6 milioni), sono di poco superiori alla somma che si spende ogni giorno in Italia per compensare le spese militari: 80 milioni di euro.

Oltre 600 generali, 2 mila e 700 colonnelli, 13 mila ufficiali, quasi 26 mila sottoufficiali e ben 70 generali di corpo d'armata, rappresentano una massa sterminata di dirigenti con ricchi stipendi.

Ecco perché l'annuncio del 10% di tagli al personale delle forze armate (18mila unità su 180mila) può apparire significativo, ma in realtà è poca cosa.

Poi basterebbe dimezzare le spese per le missioni in Libano (1 milione al giorno) e in Afghanistan (2 milioni al giorno) per raggranellare in poco più di due mesi i 105 milioni di euro che equivalgono ai tagli di tribunali e uffici dei giudici di pace.

Infine, il calo per la spesa penitenziaria (-3,5 milioni per la fornitura del vestiario), in un contesto sociale in cui le carceri già versano nell'emergenza, vale molto meno dell'estensione dei diritti sindacali ai militari.

Le ingenti spese per il funzionamento degli organismi della rappresentanza dei militari pesano ai contribuenti oltre 5,2 milioni di euro all’anno solo per le indennità di missione corrisposte al personale che fa parte dei Consigli.

A te ogni considerazione ulteriore…

Facciamoci almeno 2 risate:



Alla tua Indipendenza Finanziaria

Filippo

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